Dove si torna sempre
Tra
le colline e i vigneti, c’è un Circolo che non lo trovi per
caso.
Lo trovi perché qualcuno, ad un certo punto della tua
vita, decide che è il momento giusto e ti dice: “Stasera vieni.”
E
tu magari non sai neanche bene perché, ma vai.
Sta accanto ad
una chiesetta color panna, con il campanile che ogni tanto segna le
quattro quando sono le cinque, perché tanto, come dice Don Cesare
“il tempo è relativo, l’importante è la fede.”
“E
anche l’aperitivo,” aggiunge sottovoce Giovanna, la perpetua, che
ha capito tutto della vita ma finge di no.
Il campanile
suona infatti quando gli pare. A volte in anticipo, a volte in
ritardo. Ma al Circolo nessuno si lamenta: qui il tempo non si
rincorre, si accoglie. Si misura in chi arriva con le mani in tasca e
finisce a sparecchiare. In chi dice “passo solo un attimo” e
resta fino all’ultima canzone.
Si misura nelle piccole cose:
un piatto di paniscia condivisa, una sedia raddrizzata, un nome
ricordato all’improvviso, un sorriso sincero che fa sentire a
casa.
Davanti alla chiesa c’è un cortile di ghiaia che
scricchiola allegro sotto i passi. Le sedie sono tutte diverse:
verdi, blu, qualcuna graffiata, qualcuna un po’ storta. Sembrano
scelte male, e invece sono perfette così. Come le persone.
Quella sera d’estate tirarono fuori i tavoli lunghi con le tovaglie rosse e bianche. C’era chi le stendeva con entusiasmo esagerato e chi le lisciava con precisione maniacale. I bicchieri tintinnavano come se non vedessero l’ora di brindare. L’aria sapeva di erba calda, sugo buono e risate trattenute.
Sotto il portico, le lucine facevano un piccolo cielo domestico. Leo salì su una scala traballante per sistemarne una che faceva la timida. La girò, la strinse, le diede un colpetto affettuoso. Quando si accese, partì un applauso sproporzionato e qualcuno gridò: “È ufficiale, la serata può iniziare!”
E fu allora che si notò lei, non perché facesse scena ma perché sorrideva.
Un sorriso aperto, contagioso, come una finestra spalancata in primavera.
Seduta su una sedia blu guardava arrivare le persone come se stesse contando tesori. Ogni tanto si alzava per sistemare una tovaglia ribelle, riempire un bicchiere, dare un buffetto affettuoso a chi passava troppo serio, poi tornava a sedersi e sorrideva ancora.
L’uomo con la maglietta rossa arrivò presto. Sistemò una bottiglia, raccolse un tovagliolo volato via, spostò un tavolo di qualche centimetro “che così si sta meglio”. Quando incrociò il sorriso di lei, fece un cenno con il mento. Era il loro modo di dirsi: Che fortuna essere qui.
Pian piano, quasi alla spicciolata, arrivò la gente. A piccoli gruppi, rumorosi il giusto. Una torta un po’ inclinata, un bambino che correva senza scarpe.
Nadia prese il microfono.
“A volte le cose belle arrivano piano, tipo un gatto che si infila tra i piedi… e tu non te ne accorgi subito. E quindi: benvenuti! Prima dell’apericena… si balla!”
La musica partì. Prima timida, poi sempre più convinta.
Tommaso si tolse l’orologio. Irene infilò gli orecchini in tasca.
“Balliamo?”
“Ma si dai...”
E iniziarono. Danzavano malissimo ma ridevano benissimo. Si pestavano i piedi, si giravano troppo, si sbagliavano e si ritrovavano. Attorno a loro le mani battevano a tempo, o quasi. La ghiaia faceva il suo ritmo. Le lucine tremolavano felici.
Leo salì su una sedia, fece un inchino teatrale e aprì le braccia.
“Scendi che cadi!”, disse qualcuno.
“Se cade lo prendiamo!”, rispose qualcun altro.
La sedia oscillò, lui si mise in equilibrio, la folla applaudì. Anche lei, la donna che sorrideva, batté le mani, con gli occhi che brillavano.
E allora nessuno pensò più a domani. Nessuno guardò il telefono. Nessuno cercò un posto migliore dove stare. Perché il Circolo è questo: un luogo che non ti chiede chi sei. Ti chiede solo di esserci.
Verso la fine della serata, quando la musica si fece più lenta e le chiacchiere più fitte, un ragazzo si sedette sul muretto vicino al cortile. Aveva ancora il fiato corto per aver ballato troppo. Accanto a lui si sedette un uomo anziano con gli occhiali sul naso e i capelli sale e pepe.
Rimasero un momento senza parlare, guardando le lucine.
“È strano -disse il ragazzo--.Sembra tutto semplice qui.”
“Lo è- rispose l’anziano-. La bellezza sta nelle cose fatte insieme.”
Restarono a guardare Tommaso e Irene che ancora giravano piano, Leo che raccontava la sua impresa sulla sedia come fosse una leggenda, la donna con il sorriso luminoso che parlava con Giovanna.
“È questo il segreto?” chiese il giovane.
“Quale?”
“Sentirsi parte di qualcosa per riuscire a superare le cose brutte o semplicemente per vivere serenamente....”
L’anziano si strinse nelle spalle. “Credo di sì, sai...La vitalità non è correre più veloce. È restare curiosi. È venire quando ti dicono ‘Stasera vieni’. È accorgersi che la vita è bella anche in un cortile di ghiaia.”
Il ragazzo sorrise.
“Allora torno.”
L’anziano lo guardò divertito.
“Qui si torna sempre.”
E sotto le colline tranquille, tra le sedie colorate e le lucine ancora accese, il Circolo continuava a fare quello che sa fare meglio: ricordare a tutti, giovani e anziani, che la bellezza della vita non è lontana.
È lì.
Seduta accanto a te.
Questo racconto è stato scritto in occasione di un progetto di Storytelling che ha unito Officina Fotografica di Gattinara e Circolo di Cavaglietto.
Il Circolo mi ha messo a disposizione le foto che trovi nel racconto ed io ho provato a proporre una narrazione su di esse.
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