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L’invenzione valsesiana che salvava le case

La prima volta che vidi il rubinetto del gas di De Albertis non capii cosa fosse. Era nella cucina della zia Nerina, che non era davvero mia zia ma in paese le parentele funzionano così: uno nasce, cresce e piano piano si ritrova zii ovunque. La cucina odorava di caffè bruciacchiato e sapone di Marsiglia, e sopra il fornello c’era questo affare lucido, pieno di curve e vitine, con una specie di cappello di vetro che sembrava un casco da palombaro. «Non toccarlo. Quello pensa da solo», mi disse la zia senza neanche voltarsi.  E io rimasi lì, con la mano a mezz’aria, perché quando uno ti dice che una cosa pensa da sola non è più un oggetto: è già una presenza.  In paese, comunque, quell’invenzione era diventata una specie di leggenda. Dicevano che fosse nata per evitare le esplosioni, che il gas è una cosa traditrice: invisibile, silenziosa, ti entra in casa come un ladro  e poi, se trova la scintilla sbagliata, salta tutto in aria. Invece quel rubinetto lì, appena il f...

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