La storia del Passo alpino invalicabile
«Allora, sei pronta?», chiede Odette alla ragazza mentre ritocca l’acconciatura.
«Sì, ovvio. Aspetta di vedere come sono in ordine e poi c’è il figlio di Menì…» risponde al di là della porta Genuette.
È il 25 giugno, il giorno della processione che da Formazza porta al Passo di San Giacomo e, da lì, verso il territorio del San Gottardo. Ogni anno i valligiani si incontrano e si ritrovano in un clima di festa, armonia e sorrisi. Ci si ritrova, c’è chi porta la fisarmonica e intona una melodia e chi balla. Ma qualcuno coglie anche l’occasione per bere un bel bicchiere di vino lontano da sguardi indiscreti.
Oltre a essere il 25 giugno, però, è anche il 1610.
Un anno davvero particolare, anche se nessuno, quella mattina, avrebbe potuto immaginarlo.
Le popolazioni di Formazza, Bedretto e Gottardo si preparano per partire. Il sole fa brillare le acque dei laghetti alpini, mentre il vento porta lontano l’eco dei muggiti delle mucche e il tintinnio delle campane appese al collo dei capi di bestiame. È estate, ma lassù, tra i monti, il freddo morde ancora la pelle.
Genuette esce finalmente dalla stanza. Odette la osserva e sorride.
«Ecco la mia signorina. Adesso sì che puoi andare.»
Genuette abbassa gli occhi, cercando inutilmente di nascondere un sorriso.
«Non guardarmi così.»
«Io? Non ho detto niente.»
«Non serve. Ti conosco.»
Odette ride. Sa benissimo perché la ragazza abbia impiegato tanto tempo a prepararsi. E sa altrettanto bene che quel giorno non è soltanto una giornata di devozione. Da anni, la processione è diventata anche un'occasione per incontrarsi, scambiarsi notizie, combinare matrimoni, stringere accordi e, soprattutto, rivedere persone che durante l'inverno rimangono isolate nelle loro valli.
Il gruppo si mette in cammino.
Il Passo di San Giacomo non è un luogo qualsiasi. Da secoli rappresenta un collegamento importante attraverso le montagne. Già nel Quattrocento vi era stato costruito un piccolo ospizio, dedicato a San Nicolao, per dare riparo a chi attraversava il valico. I viandanti, i pellegrini e i mercanti sapevano che lassù potevano trovare un tetto, un po' di calore e qualcuno disposto ad aiutarli.
La strada è lunga e faticosa. Le donne sollevano le gonne per non sporcarle, gli uomini procedono con passo deciso e i più giovani cercano di stare vicini alle persone che sperano di incontrare. Qualcuno intona una preghiera. Poco dopo, qualcun altro attacca una canzone. Le due cose si mescolano nell'aria, insieme alle risate.
Genuette cammina accanto alle altre ragazze, ma continua a voltarsi.
«Lo stai cercando?» le sussurra un'amica.
«Chi?»
«Il figlio di Menì.»
Genuette arrossisce.
«Non so di cosa parli.»
«Certo.»
Un'altra risata soffocata.
Quando finalmente il gruppo raggiunge il luogo stabilito, però, qualcosa non va.
Gli uomini arrivati per primi si sono fermati davanti a un grande manifesto affisso all'ingresso del valico.
Uno dopo l'altro, anche gli altri si avvicinano.
Le voci si spengono.
Sul foglio si legge chiaramente:
«Con decreto del reverendissimo vescovo, monsignor delle valli, la processione è sospesa per comportamenti disordinati e sconvenienti di uomini e donne.»
Per qualche secondo nessuno parla. Poi comincia un cicaleccio sommesso.
«Sospesa?»
«Ma come sospesa?»
«Dopo tutta questa strada?»
«E il decreto quando sarebbe arrivato?»
Un uomo scuote il capo.
«Ve l'avevo detto che prima o poi sarebbe successo.»
«Tu non avevi detto proprio niente.»
«L'ho pensato.»
«E allora potevi dirlo.»
Genuette guarda Odette, che è rimasta immobile.
«Che significa?»
La donna sospira.
«Significa che qualcuno ha deciso che qui, lassù, ci siamo divertiti troppo.»
Qualcuno, poco distante, alza la voce.
«E quindi? Tanto nessuno ci vede… facciamo lo stesso.»
Un brusio percorre il gruppo.
Un altro uomo, molto più anziano, scuote energicamente la testa.
«No, per carità. Che poi viene fuori l'inferno.»
Qualcuno ride.
La tensione si scioglie per un istante, ma il problema rimane.
La processione è proibita.
Eppure nessuno sembra davvero disposto a tornarsene a casa.
Sono arrivati da Formazza, da Bedretto e dalle terre del Gottardo. Hanno attraversato sentieri difficili, portato cibo, coperte, strumenti musicali e perfino piccoli doni. Alcuni hanno camminato per ore. Altri sono venuti proprio per incontrare qualcuno.
Genuette pensa al figlio di Menì. Lo cerca con gli occhi. Poi lo vede.
È qualche metro più in là, vicino a un gruppo di giovani. Anche lui la sta guardando.
Per un istante, tutto il resto scompare: il decreto, le discussioni, il vento gelido e perfino la processione. Lui le sorride.
Genuette abbassa lo sguardo.
«Ecco perché eri così impaziente stamattina», mormora Odette.
«Zitta.»
«Non ho detto niente.»
«Lo hai detto con gli occhi.»
Odette sorride.
Intanto, gli uomini continuano a discutere. Alcuni sostengono che il decreto debba essere rispettato. Altri ricordano che quella tradizione esiste da generazioni e che non sarà certo un foglio a cancellarla.
Alla fine, il più anziano prende la parola.
«Una processione è una cosa. Stare insieme è un'altra. Nessuno ci vieta di salutarci.»
E così, lentamente, la gente comincia a sparpagliarsi. Non c'è più una processione ordinata.
Ma c'è una festa.
Qualcuno tira fuori una fisarmonica. Una donna distribuisce pane e formaggio. Da una borraccia passa di mano in mano del vino. I bambini corrono tra le rocce e gli adulti fingono di non vedere.
Genuette si allontana dal gruppo. Il figlio di Menì la raggiunge.
«Pensavo che non saresti venuta.»
«E io pensavo che tu non ci fossi.»
«Sono venuto proprio per te.»
La ragazza sorride, ma non fa in tempo a rispondere.
Un campanello risuona in lontananza.
Per un momento tutti si voltano.
Le montagne sembrano chiudersi intorno a loro. Il vento scende dal passo e attraversa il gruppo, portando con sé un'eco che nessuno sa spiegare.
Forse è soltanto il vento. O forse, molti anni dopo, qualcuno avrebbe guardato quelle montagne e avrebbe immaginato proprio quella giornata: la gente di Formazza, Bedretto e Gottardo riunita al Passo di San Giacomo, nonostante un divieto.
Perché i passi alpini non sono soltanto strade.
Sono luoghi di incontro.
Da secoli, chi attraversa quelle montagne lascia qualcosa dietro di sé: una preghiera, una promessa, una storia d'amore, una risata o semplicemente il ricordo di essere stato lì.
E mentre il sole comincia a scendere dietro le cime, Genuette prende coraggio e tende la mano al figlio di Menì.
«Vieni.»
«Dove?»
«A ballare.»
«Ma la processione è stata sospesa.»
Genuette sorride.
«La processione sì.»
Poi lo trascina verso la musica.
«Il ballo no.»
Da qualche parte, il vento continua a soffiare.
E il Passo di San Giacomo, ancora una volta, custodisce il segreto.
Questa briciola si ispira alla storia di un Passo alpino importante tra Vco e il confine svizzero.
Per approfondire l'argomento: Mario Fransioli: "San Giacomo, passo di", in: Dizionario storico della Svizzera (DSS), Versione del 2009 (voce dell’edizione a stampa del DSS, aggiornata il 07.10.2009). Online: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/008833/2009-10-07/, consultato il 20.08.2026 e G. Brenna, Guida delle Alpi ticinesi, 1, 1993, 430

.jpeg)

Commenti
Posta un commento