Il sogno di don Pietro e l'ospedale di Campertogno
Il freddo aveva cominciato a farsi sentire prima del tempo: la neve aveva imbiancato i tetti e nei pascoli non si vedeva più nessuno. Gli animali erano nelle stalle e il silenzio avvolgeva le montagne. Quando all'improvviso, un colpo al portone...
Don Pietro Bertolini aprì gli occhi nel buio. Poi un altro colpo, più leggero.
«Chi è?» domandò senza muoversi dal letto.
Inizialmente non arrivò risposta. Poi, dall'altra parte della porta, una voce sottile.
«Padre... ci aiuti».
Don Pietro si alzò, infilò le pantofole, cercò gli occhiali sul comodino e attraversò la stanza. Quando aprì il portone, una folata d'aria gelida entrò in casa. Sulla soglia c'erano sei persone: una donna e cinque bambini. I più piccoli tremavano e si stringevano alle gambe della madre. La donna aveva il volto violaceo e respirava con fatica.
Don Pietro non domandò da dove venissero e neppure perchè fossero usciti di casa a quell'ora.
«Entrate».
Li fece accomodare e distribuì coperte, poi mise qualche ciocco nella stufa. Quando il crepitio della legna riempì la stanza, mise sul fuoco una pentola e la riempì di latte. Sul tavolo posò il contenitore dei biscotti e quello dello zucchero.
«Forza, mangiate».
I bambini guardarono prima la madre, come per chiedere il permesso. Poi il più piccolo infilò una mano nel vaso di vetro e subito dopo gli altri lo seguirono. Per qualche minuto nella stanza si sentì soltanto il rumore dei biscotti spezzati e dei cucchiaini contro le tazze.
La donna abbassò gli occhi: «Non abbiamo più una casa, padre».
Don Pietro la guardò.
«E lui non sta bene - aggiunse la donna -. Giovanni, mio marito, intendo...Non riesce quasi più a camminare».
«Come vi chiamate?», domandò il sacerdote.
«Anna».
Don Pietro annuì: «Troveremo una soluzione, Anna. La Provvidenza ci guiderà.»
Lo disse con estrema calma ma quando, poco dopo, la famiglia si fu addormentata al caldo, Don Pietro rimase a lungo seduto vicino alla stufa, in pensiero.
Quella non era stata la prima volta. Da mesi, infatti, sempre più spesso, qualcuno bussava alla porta del parroco. Generalmente erano poveri, malati, donne con bambini, persone rimaste sole e poi c'erano i viandanti.
Questi ultimi arrivavano dalla valle quando ormai era buio, con le scarpe fradice e i vestiti induriti dal gelo. Alcuni erano pellegrini, altri cercavano la strada verso l'Alta Valle, altri ancora erano diretti verso la Francia. In alcune occasioni chiedevano soltanto un pezzo di pane, altre volte la possibilità di riposare. La quantità di persone che domandavano aiuto era tale per cui nel giro di poco don Pietro si sentì impotente.
Una notte si svegliò di soprassalto, fuori dalla porta una donna gridava. Si alzò subito e rimase per qualche istante immobile nel buio.
«Qui bisogna fare qualcosa», disse a sè stesso. Aveva guidato la parrocchia di Campertogno per molti anni ma ora si rendeva conto che tutto ciò non bastava proprio più.
Nel 1610 decise di lasciare la parrocchia. Il motivo? Sentiva che era arrivato il momento di far qualcosa di concreto per la sua gente. Il suo desiderio era quello di costruire un luogo dove chi non aveva nulla potesse trovare almeno un tetto, un piatto caldo e un letto.
Passarono gli anni e don Pietro volle creare una casa vicino al fiume, non lontano dal ponte, che potesse diventare un piccolo rifugio. Nacquero così nove camerette e due lobbie affacciate verso la Sesia.
Quando qualcuno arrivava a chiedere aiuto, Don Pietro lo accompagnava oltre il ponte.
«Ecco - diceva -. Qui potrete riposare».
E spesso, prima di andarsene, sentiva la stessa frase:
«Sia lodato Dio per la sua gentilezza.»
Non tutti quelli che entravano nell'edificio erano malati; c'erano anche poveri del paese e pellegrini. A chi aveva bisogno venivano dati pane, un piatto di minestra e un letto. Per chi era sano c'era però una regola semplice: una notte soltanto di soggiorno.
L'11 agosto del 1623 Don Pietro Bertolini morì ma aveva pensato anche a quello. Nel suo testamento lasciò la casa vicino alla Sesia perché continuasse a essere un "hospitaletto" per i poveri di Campertogno e per i viandanti che attraversavano la valle.
Lasciò anche un capitale di seimila lire imperiali perchè volle che l'opera solidale non morisse con lui. Accanto all'ospitaletto istituì una cappellania dedicata a San Carlo. Il cappellano, insieme ai sindaci di Campertogno, avrebbe avuto il compito di amministrare l'ospedale.
L'anno seguente arrivò l'approvazione del vescovo e poi il 23 agosto 1628, l'ospedale di San Carlo venne ufficialmente eretto.
La neve tornava ogni inverno, il fiume continuava a scorrere sotto il ponte e con il tempo, il patrimonio dell'opera crebbe. Arrivarono nuovi lasciti. Nel 1743 il teologo e canonico Gian Battista Gianoli destinò all'ospedale beni presenti a Grignasco, capitali provenienti dal negozio paterno di Milano e perfino l'Alpe d'Egua, nel territorio di Carcoforo.
Nel 1704, intanto, alla vita dell'ospedale si era affiancata la Congregazione di Carità.
Campertogno aveva ormai costruito una rete di aiuto sempre più organizzata e l'ospedale cambiò sede. Dalla casa vicino al ponte passò al piano terreno della casa municipale. Più avanti, le antiche funzioni si trasformarono ancora. Nel paese cominciarono a distinguersi due forme di carità. La gente le chiamava con semplicità: la Carità grande e la Carità piccola. La prima guardava alla strada ed era quella destinata ai viandanti e agli emigranti che attraversavano la valle per raggiungere il colle di Valdobbia e proseguire verso la Francia. La seconda guardava al paese per i poveri di Campertogno.
Col passare degli anni, l'ospedaletto cambiò volto: i locali vennero trasformati in botteghe e abitazioni e, nel 1820, furono definitivamente venduti.
Oggi l'ospitaletto non esiste più se non nella memoria dei cittadini e tra le pagine di alcuni faldoni custoditi negli archivi.
Questa briciola si ispira alla storia della nascita dell' "Hospitaletto" di San Carlo di Campertogno. Per approfondire l'argomento si invita a consultare la bibliografia in calce.
Molino G., Campertogno. Vita, arte e tradizione di un paese di montagna e della sua gente. Edizioni EDA, Torino (1985)
Molino G., Mollia (La Mòjia). Tre secoli di storia e di tradizioni di un paese dell'alta Valsesia. Centro Studi Zeisciu, Magenta (2006b)
L'Archivio di Stato di Vercelli indica inoltre un inventario del fondo realizzato da M. G. Cagna nel 2002 e segnala come riferimento bibliografico lo studio: M. G. Cagna, "Ospedale San Carlo di Campertogno", in "Archivi e Storia", 1991
TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: L'AVVENTURA DELLO SPEZIALE GATTINARESE


.jpeg)
Commenti
Posta un commento